Mola mia. E tanti lo dicono. Molti lo scrivono. Diversi lo fanno. Sentirlo ci inorgoglisce e forse ci dà forza, forse ci fa sentire che siamo “uniti” o possiamo esserlo. Ma cosa significa? Mi guardo in giro. Certamente i medici non mollano, Magari non tutti; così pure gli infermieri e gli operatori sanitari. Mi guardo in giro. Gli artigiani che hanno fatto un ospedale in 7 giorni. Loro non mollano. Gli operai e i muratori che hanno aiutato. Anche loro non mollano. Mi guardo in giro. Le forze dell’ordine, la protezione civile, l’esercito e gli aiuti degli altri comuni. Neanche loro forse mollano. Mi guardo in giro. E gli altri? E io? Se guardo a quelli che non mollano, a queste persone, mi sento a disagio: io non sto facendo nulla. Io come contribuisco? Io cosa sto facendo? Io mollo? E allora penso. Cosa vuol dire “mola mia”? Mi guardo in giro. Significa essere ciò che si è. E’ fare tutto ciò che si deve fare al meglio possibile. Anche se nessuno ti vede. Anche se nessuno lo sa… Chi deve stare in casa. Chi deve seguire i bambini. Chi deve seguire il marito o la moglie. Chi deve seguire un anziano. Chi deve fare la spesa, anche per altri. Chi deve dare la sua opinione, anche se costa. Chi deve educare, anche se non ce la fa più. Chi deve rispondere al telefono. Chi deve stare in silenzio, ma vorrebbe gridare a tutti “aiuto, ci sono”. Chi deve rimanere fedele alle sue scelte anche se ha paura, tanta, troppa. Chi ha contro tutti. Chi non si sente capito. Chi è solo, profondamente solo. Chi non è amato. Chi non sa amare. Chi pensava di aver trovato qualcuno. Chi è umiliato e maltrattato. Chi non ha un lavoro. Chi non ha più una vita. Chi non ha più una famiglia, ma deve conservare il dono della paternità. Chi sta morendo, anche senza virus o chi deve semplicemente esistere… Ecco, nessuno deve mollare. Tutti devono fare il meglio di ciò che possono fare. Il meglio, con amore. Questo significa “mola mia”. Così aiuteremo. Così daremo il nostro contributo. Così ci sentiremo comunità. Così saremo orgogliosi, tutti.

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